Paradiso

 

 

 

Una parola che non evito di bere
come questo vino certe sere
che vola su orizzonti stranieri
uno stormo di becchi bicchieri
poi fatti a pezzi pezzetti di carne
con un coltello tremante per farne
frantumi sul tavolo un mosaico
di piastrine senza stile prosaico
una notizia al telegiornale fa il giro
della stanza nel balzo di un respiro
alimenta e taglia il fuoco dei cornuti
come tutti questi alberi caduti
per la ribellione di un fulmine
che ti ripaga di tutto il crimine
subito a tasse acute e proletariato
elettrizzato da schiaffi del soldato
che cancella l’impronta della mano
pungente aperta come un ponte vano
il bruciore che ci lega al carnefice
sconosciuto e familiare artefice
il televisore acceso per scelta
tra le gambe il dilatarsi del delta
come molotov lanciate a rintocchi
immagini che mi escono dagli occhi
semafori rossi riflessi dell’anima
senza cacciare nessuna lacrima
come in certe vecchie fotografie
col flash-ruggito sparato a biografie
di coniglietti o criceti nel cerchio
del tempo che pesa come un coperchio
sulla strada attraversata senza
guardare poi fritti dalla violenza
dell’esposizione ai tristi banconi
lucidi dei bar pieni di ubriaconi
poco più che ventenni desiderosi
d’essere bastonati con pelosi
ciuffi di donne che inneggiano
al rapimento all’abbraccio di Giano
alla perforazione delle acque
profonde abissali soglie in cui nacque
questa mia ebbrezza di profondità.

 

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