Cartesio

Cartesio,

lo spaventapasseri, indossa
i miei stessi calzoni di velluto
nero e una camicia verde a strisce
blu frangiata dal vento,
e ha un fazzoletto legato in testa
dove ogni tanto s’arrampica pure
una lucertola per prendere il sole.
Paesaggi d’altri tempi a me pare
a volte di sognare, eppure.
Cartesio se ne sta ai margini
di un campo d’orzo
dove c’è pure una sorta di laghetto
che lo riflette senza interesse,
ogni tanto, passeggiando da quelle parti, mi fermo un momento e li osservo,
Cartesio e il suo riflesso, chissà
da quanto si fanno compagnia,
da sempre immagino, e non per sempre,
gli uccelletti non si avvicinano
al campo d’orzo se non per bere
un sorso veloce al laghetto
prima d’essere inesorabilmente
cacciati via da un colpo d’ombra
della camicia di Cartesio frangiata
dal vento.
Il mondo gira intorno a Cartesio,
al suo dolore che non si vede,
al vuoto che non rimane, perché
niente resta nel vuoto in cui tutto
gira e non lascia traccia nemmeno
il trattore blues che solca il campo
d’orzo sorvegliato da Cartesio
notte e giorno sotto il sole e la luna.
Nessuno s’avvicina, nessuno se ne va.
Ma forse non è vero, perché non
siamo tutti uomini soli e impagliati,
non siamo tutti leccati dal vento
e dalla pioggia, incapsulati
in provette digitali, protetti
al contagio ematico, cresciamo
come uno squarcio, un buco
nelle piastre di Petri.

 

 

 

 

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