Scrivere con e non il corpo

 
Non la penna ocellata né l’arduo ago
per il corpo che ne imita il peso
e il colore, lo spessore e il volume,
come a dire: il diametro e la conicità,
il conteggio e la configurazione
inscrivibile sotto cute o pietra
che cova dei vermi, guerrafondai
fondamentalmente, vendicatori
per il contrappasso, e poi pacifisti
con la mimetica, ma quell’altro ago,
o ferale pungiglio! che a piccoli
sorsi mi preleva da me stesso
l’ematite che non ne fa una spada
ma la vuota spada che mi trafigge
oscurandomi i versi nel cilindro
di vetro, come un coniglietto.
Poi disinfetto con alcol e pane
e cenere dei miei servi smaniosi
d’un altro endecasillabo sinuoso.
Sbudellamento di ripidi corsi.
Spillatura di merdosi dedali.
Ma neanche raggiungo la maledetta
cima delle sue scarpe fosforescenti.
Alla lunga questo poeta deve
imparare a twittare come se si
masturbasse sul cordone ripieno
di un’unica riga ripiegata
col solito metro da falegname,
senza neppure l’obbligo morale
di firmare, alla lettera, col sangue,
la smagliante cucitura d’inchiostro
che cancellerebbe dalle sue braccia
ocellate la tossicità di Pan.

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